01/08/2011

Come conciliare libertà e autoprotezione?


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


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«Roberto, vieni, la cena è pronta!». «Aspetta un attimo! Ne ammazzo altri quattro e arrivo!!!». Robertino ha 12 anni e sta giocando con un videogame molto aggressivo. Per lui uccidere è un gioco di abilità, un motivo di eccitazione, di soddisfazione, di fascinazione. Di robertini è pieno il mondo: si giocava alla guerra anche una volta, ma l’allenamento virtuale – visivo ed emotivo – dei ragazzi d’oggi ad uccidere “per gioco” era impensabile solo venti anni fa. Uccidere diventa familiare e gratificante per l’eccitazione fisica ed emotiva che regala. In parallelo, la deriva delle norme e la progressiva incapacità degli adulti ad educare al valore della vita, al controllo degli istinti, a rispettare quel comandamento “non uccidere” che dovrebbe restare sacro indipendentemente da età, religione e stato confessionale o meno, rende l’omicidio un gioco possibile anche nella realtà. Come nel caso del ragazzo inglese sedicenne, Joshua Davies, che per scommessa (in palio c’era una colazione!) ha ucciso la fidanzatina quindicenne a colpi di pietra. La lettura degli sms scambiati dal giovane assassino con gli amici nei giorni precedenti l’agguato è agghiacciante: i ragazzi non sembrano capire che uccidere vuol dire togliere la vita per sempre.
La banalizzazione dell’omicidio semina il mondo di tragedie, che dal singolo agguato possono arrivare alla strage, con molti denominatori comuni, indipendentemente dal fatto che l’omicidio avvenga “per gioco” o per delirio pseudopolitico. Pensiamo alla strage norvegese: 76 morti innocenti e decine di feriti possono ancora far difendere il principio di libertà, tolleranza e fiducia limitando il valore del controllo e della punizione, quando necessaria? Ho riflettuto molto sulla strage in Norvegia perché c’è un nodo cruciale che non mi convince, in molto di quanto è stato detto e scritto. Il male esiste, e non è affatto banale: è terribile, devastante, spesso irrimediabile. Ancora più tragico quando l’omicidio diventa strage premeditata che annienta decine di innocenti, senza rimorso e senza sensi di colpa. Anzi, con orgoglio rivendicativo. Non c’è principio ideale che possa giustificare questo prezzo spaventoso. Non può essere “banale” avere un figlio – o due – morti ammazzati da un lucido delirante solo perché si consente una riunione politica di 600 giovani senza che ci sia un minimo di controllo e almeno due camionette di polizia armata a pattugliare la zona. La follia esiste, da sempre. Ma oggi ha più possibilità tecnologiche per essere devastante, perché le armi che un singolo individuo può avere gli consentono una distruttività impensabile pochi decenni or sono. Ed è pericolosissima – come ci ricordano invano ripetute tragedie in tutto il mondo – quando assume le forme del delirio lucido e dell’estremismo politico, di qualsiasi colore, razza e credo religioso. Come teniamo le nostre case? Sempre più blindate, sempre più difese. Il che non ci protegge dalle aggressioni e dai furti, ma ne riduce almeno un po’ la frequenza e la pericolosità. Allora, se sono in aumento nel mondo la delinquenza, l’aggressività per scopi illeciti e la banalizzazione dell’omicidio, anzi la sua esaltazione come motivo di eccitazione mentale e fisica, come possiamo pensare che sia giusto abbassare la guardia? Come può una intera nazione pensare che una buona ideologia la possa proteggere dalla concretissima realtà del male e della follia? Gli ideali dello Stato norvegese sono certo nobilissimi, ma cozzano contro la pericolosità del mondo reale e il dovere di proteggere comunque i cittadini. Soprattutto nelle situazioni, come una riunione politica ufficiale, a maggior rischio di catalizzare aggressioni mortali. Avere la polizia non armata, o addirittura non presente, porta con spaventosa ingenuità a immolare decine di vittime innocenti sull’altare della libertà e della fiducia. L’eccessivo garantismo nei confronti di chi uccide fa poi il resto.
E’ possibile rieducare al rispetto della vita, a non uccidere? L’impegno deve essere forte e coerente, in famiglia, a scuola, nella società. Bisogna ridurre in parallelo gli stimoli virtuali che esaltano l’impulsività omicida, anche se questo significa censurare – sì: censurare – molti videogiochi. In parallelo, è indispensabile tenere alta la guardia, con una polizia efficiente, presente sul territorio e armata. E, in caso di colpevolezza, con pene adeguate in luoghi appropriati. Che non possono essere piacevoli come un albergo a cinque stelle, e con 18 giorni di ferie pagate dai contribuenti, come fa la Norvegia. Altrimenti perché una persona onesta dovrebbe spaccarsi la schiena a lavorare, e rinunciare a tante piacevolezze della vita che non può consentirsi con stipendi limitati, se il delinquere e l’uccidere ti consentono di fare quello che ti pare e di essere trattato “di lusso” anche in galera? Anche se i moventi sono diversi, la banalizzazione dell’uccidere ha un’unica conseguenza tragica: che il diritto di vivere delle vittime oggi vale zero.

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Parole chiave:
Adolescenti e giovani - Infanzia - Internet, videogiochi e televisione - Morte e mortalità - Omicidio / Femminicidio / Infanticidio - Riflessioni di vita - Terrorismo


© 2011 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.