01/08/2016

Suicidi con strage: la seduzione della vendetta


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica
H. San Raffaele Resnati, Milano


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«Basta con questa vita da schifo. La faccio finita. Ma all’inferno ne porterò tanti con me. Così li distruggerò». Il suicidio con strage presenta caratteristiche molto diverse dal suicidio isolato. In quest’ultimo la tentazione di farla finita, fino alla sua realizzazione, nasce da un’angoscia ingovernabile, dalla solitudine, da una disperazione assoluta. La perdita di ogni speranza, la convinzione che il mondo è indifferente al loro dolore, diventano il nucleo duro di un progetto autodistruttivo che gli uomini mettono in atto in modo conclusivo nella maggioranza dei casi. Nelle donne predominano invece i tentativi di suicidio, che sono ancora delle richieste disperate di aiuto. Nel suicidio isolato, la vita ha perso valore per la persona che si uccide, innanzitutto. L’aggressività, implicita nell’atto di uccidere, è diretta contro di sé. Solo indirettamente è diretta contro gli altri, familiari, amici o ex amori, per punirli attraverso la sofferenza dell’assenza e dell’impossibilità, per sempre, di parlarsi, di chiarire, di confortarsi. Un’aggressività di cui sono bersaglio soprattutto le madri e i padri, che fino alla fine dei loro giorni continueranno a tormentarsi chiedendosi: «Come ho fatto a non capire? Come ho potuto lasciarlo solo? O lasciargli credere di essere solo?».
Nel suicidio con strage, non legato a ideologie, la negazione del valore della vita ha una connotazione specifica: la vendetta realizzata assassinando il più alto numero di persone, così da far soffrire quante più famiglie possibile. E’ questo uno dei tratti comuni delle stragi compiute da giovani uomini, negli Stati Uniti come ora a Monaco, prima di uccidersi.
Anche la fase preparatoria alla strage ha un’attività mentale molto diversa. Nel suicidio isolato prevale il tratto nichilistico di una depressione mortale, con umore cupo, isolamento sociale, perdita di interesse per tutto e per tutti, fino all’atto conclusivo. Nel suicidio con strage il tratto interiore dominante è invece l’euforia pragmatica della vendetta, l’eccitazione esaltata di mettere a punto un piano segreto di distruzione la più lacerante possibile per spiazzare tutti, dopo anni di tristezza. Il tratto comune preparatorio all’ideazione suicida è la depressione nata da umiliazioni sistematiche, da bullismo subìto, da emarginazione, da vittimizzazione ripetuta. L’ideazione della strage ribalta l’autopercezione: da vittima a carnefice, da oggetto di angherie, soprusi, percosse, a soggetto che restituisce mille volte amplificati i torti subiti. L’omicidio, l’assassinio non è tuttavia diretto verso coloro che hanno ferito e /o umiliato. No, è indiscriminato: in questo arbitrio c’è l’esaltazione onnipotente, il gusto di morte di per sé.
L’ideazione della strage comporta un’impennata di esaltazione, la sensazione di sentirsi intensamente vivi, purtroppo in modo perverso, perché distruttivo: il cervello, prima dominato dall’umiliazione, dalla depressione, dall’autosvalutazione, dall’assenza di futuro, improvvisamente si accende. Per un progetto grandioso: una strage. Non quella dei video-game: una strage vera. E se il suicidio isolato finisce con due righe nella cronaca del paese, un suicidio con strage porterà il giovane uomo in prima pagina nel mondo. Morire per morire, tanto vale farlo in modo grandioso: «Intanto mi devo procurare l’arma al mercato clandestino», pensa il ragazzo (nei Paesi come la Germania dove il porto d’armi è difficile da ottenere: e infatti l’arma aveva il numero di matricola del tutto abraso). «Poi devo trovare il modo di arrivare dove c’è il bersaglio che voglio. Così vedranno chi sono».
Il suicidio con strage, all’opposto di quello isolato, comporta quindi un preludio esaltato, dove la preparazione meticolosa dell’atto finale dà ad ogni momento un’impennata di orgoglio, di felicità quasi, da non dormirci la notte. Come mai lo/la psichiatra che lo aveva in cura non se ne è accorto/a? Il rischio imitativo è alto: l’Europa e il resto del mondo sono pieni di ragazzi depressi, vittimizzati, che si sentono senza futuro.
Il tragico e diffuso “quasi sollievo” allo scoprire che non è stato l’Isis a colpire a Monaco mi sembra mal posto. Il denominatore comune delle stragi – che siano da ragazzo depresso, da lupo solitario o da terroristi ideologicamente motivati – è uno solo: l’azzeramento del valore della vita e l’esaltazione di vendicarsi dando la morte. Le vite distrutte non tornano. Se mi uccidono un figlio, una sorella, un’amica, la motivazione sfuma. L’arbitrio di quella strage e l’aver perso per sempre quella persona amata, questo fa soffrire chi resta per tutta la vita. Il senso di impotenza, legato all’imprevedibilità, è inquietante e trasversale. Il rischio di imitazione lo amplifica. Come affrontarlo?

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Parole chiave:
Aggressività e violenza - Morte e mortalità - Riflessioni di vita - Suicidio - Terrorismo


© 2016 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.