28/08/2014

Perché un padre uccide i propri figli


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


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Che cosa arma un padre contro i propri figli? E che cosa, nello specifico, focalizza la sua fatale distruttività contro le figlie? Il tragico assassinio di Catania ci costringe a reinterrogarci sul perché con un unico vero obiettivo. Cercare di riconoscere i segni premonitori, i sintomi di una distruttività che può arrivare all’omicidio delle persone più fragili e deboli di una famiglia: i figli più piccoli, uccisi non solo dai padri, ricordiamolo, ma anche dalle madri. Figli portatori di handicap, come in altri casi recenti. Donne. Genitori anziani.
Si parla di raptus, o di fulmine a ciel sereno. Non amo questa lettura che separa l’assassinio dalla motivazione, in genere di lunga gestazione, che ha armato la mente molto prima della mano. Mi sembra che il termine sia abusato con due conseguenze negative: essere utilizzato strumentalmente in sede legale per ridurre la responsabilità specifica dell’omicida, da un lato, e isolare come estranea da noi (i “sani”) una distruttività impulsiva che in vario grado ci abita, dall’altro. La differenza tra noi e un omicida? La capacità di controllarla anche in situazioni estreme di collera e/o di disperazione. Distruttività, aggressività e impulsività che dobbiamo imparare a riconoscere e a ridurre se vogliamo aumentare la probabilità di prevenire queste tragedie. Oltretutto basta leggere un po’ più in profondità le storie di questi uomini e di queste famiglie per comprendere che questi omicidi hanno radici lontane e una molteplicità di motivazioni. Al loro interno è possibile riconoscere fattori predisponenti, fattori precipitanti e fattori di mantenimento del pensiero omicida finché questo non diventa azione concreta, fatale e irreparabile. Cerco di individuare alcuni di questi fattori critici, con una precisazione essenziale: descrivere per capire. Il che non significa comprendere, accogliendo il gesto omicida, che va condannato (“non uccidere” è un comandamento che deve valere per tutti), né, tanto meno, giustificare.

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Depressione e solitudine

Un elemento comune a molti di questi padri omicidi è la depressione, che ha due volti in tutti noi: quello autodistruttivo, implosivo, che comprime la persona in un’inquieta inerzia sempre più paralizzante. E il volto aggressivo, che si alimenta di rabbia, di frustrazione, di odio. E’ in genere diretto verso gli altri, con azioni crescentemente violente. Familiari in primis, aggrediti prima a parole, con insulti verbali di progressiva violenza nei modi e nei toni, e poi con aggressione fisica, con percosse e uso di oggetti contundenti (l’uccidere a “cinghiate” rientrava nell’antropologia familiare fino a meno di cent’anni fa). Fino alla scelta di oggetti dalla lesività certa, quali coltelli o armi da fuoco. Perché depressi? Anche l’uomo di Catania aveva perso il lavoro due anni fa. Ora faceva l’ambulante per sopravvivere, con una famiglia e quattro figli. La perdita del lavoro significa una gravissima crisi per l’identità di un uomo: in un giorno perde reddito (anche basso è meglio di niente), status di lavoratore, che è meglio di disoccupato, relazioni sociali, ritmi quotidiani, rispetto dei familiari. L’angoscia del domani può diventare pervasiva. Se gli affetti tengono, la crisi può ancora essere contenuta. Ma quando la perdita del lavoro fa da detonatore a conflitti e aggressività precedenti, quando fa sentire definitivamente soli (quante famiglie sono un nucleo anagrafico di persone sole, più o meno tristi se non disperate?), la depressione apre la stanza dei pensieri di morte. Suicidari, se il suo colore è autodistruttivo. Omicidi, se l’aggressività viene diretta contro altri. «Ho perso tutto: il lavoro, l’amore, il rispetto dei figli. Non ho più niente da perdere»: anche l’elemento frenante della paura delle conseguenze perde tutta la sua forza. Nella stanza della morte entra il pensiero dell’omicidio-suicidio. Entrano i volti di «quelli che moriranno con me». Figli piccoli, quando l’omicidio è anzitutto la più atroce e irrimediabile delle vendette contro la madre. Figlie femmine, se più vulnerabili perché più piccole (nel caso di Catania, i due maschi hanno 22 e 17 anni), e perché appartenenti a un genere esecrato perché percepito come inaffidabile o ingrato. O perché l’uomo non tollera di averle deluse, perdendo ogni valore ai loro occhi. Resta la tragedia di due ragazzine che si adoravano, una morta, l’altra gravissima. Il loro diritto di vivere, di amare, di assaporare insieme la primavera della vita è stato ucciso per sempre nella stanza della morte.

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E' possibile prevenire queste tragedie?

Depressione grave e solitudine, dunque, possono armare la mano, soprattutto quando crescono in uomini dal pensiero primitivo, impulsivi, poco capaci di autocontrollo per carattere, educazione o disperazione. Purtroppo, la riduzione dell’attenzione educativa al controllo degli impulsi non fa ben sperare nemmeno per le generazioni più giovani. Dal punto di vista preventivo sarebbe essenziale non banalizzare la depressione, specie nella sua forma violenta. Riconoscere le tragiche conseguenze personali e familiari che la perdita del lavoro comporta, con una maggiore attenzione agli uomini più vulnerabili e un maggiore impegno a valorizzare il lavoro come un diritto/dovere sul fronte non solo del reddito, ma anche dell’identità e del valore personale, sociale e familiare. All’interno delle famiglia, sarebbe essenziale che tutti ci ascoltassimo: quante delle frasi che rivolgiamo a un coniuge, a un figlio, sono di apprezzamento e non di critica distruttiva? Quanto sappiamo festeggiare un evento positivo, invece di fare regolarmente l’elenco di tutte le mancanze, i difetti e i limiti dell’altro? Quanto sappiamo sostenere un uomo, in crisi profonda, padre o marito o figlio che sia, cercando insieme il frammento di azzurro, lo spazio di cambiamento e di speranza, anche nel cielo più nero? Dando risposte concrete e non vuote parole?
Quando la disperazione e l’angoscia del domani, per povertà, perdita del lavoro, solitudine, colpiscono parti importanti della società è necessario riconoscere i segni. Impegnarsi per ridurre molte delle ingiustizie sociali modificabili. E non usare la parola “raptus” per eliminare indignati il dolore e la disperazione dal nostro orizzonte di sguardo.

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Parole chiave:
Aggressività e violenza - Crisi economica - Crisi esistenziale - Depressione / Tono e disturbi dell'umore - Educazione / Educazione civica - Morte e mortalità - Omicidio / Femminicidio / Infanticidio - Rapporti familiari - Riflessioni di vita - Solitudine - Suicidio


© 2014 - Prof. Alessandra Graziottin

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.