14/11/2011

La nostra eredità morale: di oscurità o di luce


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


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Quale eredità morale vogliamo lasciare, ognuno di noi, pensando a un futuro prossimo o remoto? Si può morire a vent’anni e lasciare un’eredità morale intensa, fatta di luce, di coerenza, di fiducia nella vita e nel valore profondo di essere uomini e donne di qualità. Fino a essere uccisi pur di non tradire le proprie idee e l’ispirazione che ha animato la propria vita. Si può morire a 75, in senso reale o simbolico, e lasciare un’eredità di rovina morale, di corruzione, di collusioni interessate, di idolatria del denaro e del potere a qualsiasi costo, anche dell’ignominia finale.
Nei momenti difficili, personali ma anche sociali, nei momenti di tenebra fitta, soprattutto etica, conforta tuffarsi in letture che diano voce non a filosofi o scrittori, ma a giovani uomini che di fronte al momento ultimo, la fucilazione, perché catturati mentre difendevano il proprio Paese, hanno distillato in poche righe l’essenza che aveva ispirato la loro vita. Energia pura, etica vera e forte che attraversa intatta gli anni e i decenni, da assaporare ad ogni età. Soprattutto, da far riscoprire ai più giovani, meglio se a scuola. Non importa se fossero tempi di guerra e realtà ora lontane: l’essenza della vita attraversa i secoli, l’insegnamento è universale. Scriveva Kim Malthe-Bruun, marinaio danese di 21 anni, fucilato dai nazisti il 6 aprile 1945: «Cara mamma, con Jorgen, Niels e Ludvig sono stato condotto davanti al tribunale militare. Siamo stati condannati a morte. So che sei una donna forte e che ti rassegnerai, ma non ti devi limitare a rassegnarti (…). Io non sono che una piccola cosa, e il mio nome sarà presto dimenticato, ma l’idea, la vita e l’ispirazione che mi pervasero continueranno a vivere (…). Incontrerai ciò che ebbe un valore per me, l’amerai e non mi dimenticherai».
Ecco la forza dell’eredità morale: non solo lasciare un esempio, ma la capacità di riconoscere, nelle insidiose paludi della vita, il sentiero, anche arduo, che ci porta a realizzare i valori in cui crediamo. A riconoscere persone, situazioni e luoghi che consentono di riconoscere la stessa fede, la stessa limpidezza, lo stesso coraggio, la stessa forza, la stessa capacità di fatica e di sacrificio, di pazienza e di sopportazione. «Incontrerai ciò che ebbe valore per me, lo amerai e non mi dimenticherai»: non c’è solo il riconoscere, c’è l’amore profondo, l’adesione che viene dal sentire l’intensità di quel coraggio, la sua bellezza e nobiltà, e per questo amarlo per sempre. In questo riconoscersi si concentra e si sublima l’essenza dell’amore umano, che per questo può sopravvivere alla morte fisica. E che nella continuità del sentimento, e nella ricerca di continuare quel percorso di vita, reale e ideale, trova la motivazione per non arrendersi al dolore, alla disperazione della perdita, all’assenza, alla solitudine.
Kim è una delle ultime vittime del regime nazista e questo aggiunge ulteriore pena al dolore di sua madre: il 2 maggio, infatti, terminerà la battaglia di Berlino e, cinque giorni dopo, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, capo dell’OKW (Oberkommando der Wehrmacht, il comando supremo delle forze armate), firmerà la resa incondizionata della Germania.
Le parole di Kim, e quelle di tanti altri giovani di qualità, sono state raccolte da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli nell’intenso “Lettere di condannati a morte della Resistenza europea” (Giulio Einaudi Editore, Torino 1995).
Anche l’Italia è in guerra, ora: una guerra economica, civile, politica, insidiosissima, pur con qualche spiraglio. Potremo uscirne se ciascuno di noi farà appello al proprio senso morale profondo, liberandolo dalle pastoie coercitive fatte di nichilismo e di rassegnazione, di indifferenza e di cinismo, di rozzezza dei sentimenti e di superficialità. Se abbiamo un cuore, pensiamo all’eredità morale che vorremmo lasciare, e concentriamoci nel perseguire e distillare la parte migliore di noi, anche per il bene di questo Paese. Alla fine dei miei giorni, mi piacerebbe poter dire alle persone che ho amato e mi hanno amato: «Incontrerai ciò che ebbe valore per me, lo amerai e non mi dimenticherai». E’ un augurio che faccio di cuore a tutti gli amici, lettrici e lettori.

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Parole chiave:
Guerra - Ideali e valori - Morte e mortalità - Riflessioni di vita


© 2011 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.