08/06/2009

Io non posso proteggerti: quando l'affido finisce


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


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La giovane coppia, benestante, ha appena avuto due gemelline, belle e sane. A casa hanno un altro piccolo di tre anni, con una tata stabile e nonni felici di aiutare. Coccolando le loro piccole al nido dell’ospedale, notano che lì c’è una bambina di tre mesi, sola e triste, “in stato di affido”. La coppia ci pensa: “Perché non l’adottiamo noi?’”. Ne parlano: dove c’è amore e spazio per tre, si dicono, ci può essere per quattro. I nonni sono d’accordo: un bambino è grazia di Dio. Detto fatto. “No – si sentono dire – con l’affido la piccola la potete tenere al massimo due anni, poi la dovete ridare indietro”. “Come?! “Ridare indietro”?! Questa bambina sarebbe amata come nostra, sarebbe come “dare indietro” una delle gemelline. Ma un bambino non è mica un pacco postale!”. “No. Il problema è che tra affido e adozione non ci può essere continuità. La coppia affidataria non può adottare quel bambino. Per legge, lo deve adottare un’altra coppia. Punto”.
Tutto vero? Purtroppo sì. Perché? Affidamento e adozione sono istituti che offrono una famiglia sostitutiva a quella biologica ad una bambino/a che ne è privo. La differenza è questa: chi viene adottato ne è privo per sempre, in quanto la potestà genitoriale è stata dichiarata decaduta o i genitori sono morti. Chi viene accolto in affidamento invece dovrebbe tornare nella famiglia di provenienza. Nella realtà, questo avviene in meno della metà dei casi, per persistente incapacità totale dei genitori naturali a prendersi cura del bambino (per trascuratezza grave, droga, carcere, violenze...) . E qui c’è il secondo dramma. Dopo mesi o anni di affido, se la famiglia biologica non è giudicata più in grado di accudire il bambino, quest’ultimo verrà dichiarato adottabile e dato però a una terza famiglia. E, tremendo, non potrà più mantenere alcun rapporto con la famiglia affidataria che lo ha amato, a meno che questa possibilità non venga “concessa” dalla famiglia d’origine (se ritorna in quella) o da quella adottiva, come semplice relazione personale. Come se gli affetti, l’amore, le piccole e grandi consuetudini che il bambino/a ha sviluppato in quel periodo con la famiglia affidataria fossero briciole di pane da spazzare via alla fine di un pasto più o meno ben riuscito. Chi può accettare una simile crudeltà? Chiaro che poi le famiglia affidatarie in Italia sono poche e i bambini in istituto sempre di più. Ma chi glielo fa fare?
Anche la giovane coppia rinuncia, quella spada di Damocle della restituzione per loro è (giustamente) inaccettabile. La piccola resterà al nido ancora per mesi, in attesa che si trovi una coppia o comunque una persona affidataria. Nel frattempo, perderà per sempre quel nutrimento essenziale che viene dalle cure amorose di una persona dedicata, la tenerezza, l’affetto, le coccole, la dedizione, il profumo di casa. Questa bambina ha già subito ferite gravi – da carenza affettiva – sulla sua mente e sul suo cuore. Purtroppo, la sua storia di abbandoni si ripeterà, magari dopo altri mesi in istituto, perché appunto tra affido e adozione non c’è continuità e perché sappiamo con quanta lentezza proceda la giustizia in Italia, anche e purtroppo quando si decida sul futuro di un bambino.
Questa storia triste e drammatica mi è tornata in mente leggendo un libro intenso e dolente, proprio sul tema degli affidi: “Io non posso proteggerti”, di Carla Forcolin (Franco Angeli Editore, 2009). Raramente un titolo riesce ad essere così concisamente efficace, dicendo in un lampo il dramma di tante famiglie affidatarie che dopo mesi o anni di dedizione si vedono – di fatto – sottratto un bambino amato, per darlo in adozione a una nuova coppia, e non possono proteggerlo dallo strazio di un’altra amputazione affettiva, di un altro abbandono che per il bambino può essere il trauma definitivo che lo condanna all’infelicità.
Documentatissimo, e con molte storie vere e testimonianze dirette, questo libro ci dà la misura di una situazione che è urgente modificare, per evitare che bambini sfortunati, già traumatizzati da un primo abbandono, debbano rivivere sulla propria pelle lo strazio di un’altra separazione, di un altro addio, spesso senza spiegazioni. Per prassi infelice, il passaggio dalla famiglia affidataria a quella adottiva viene spesso effettuato portando i bambini via da scuola con le forze dell’ordine, per darli poi alla nuova famiglia. Come nel peggiore degli incubi. Se solo per un giorno gli operatori dei servizi sociali, i giudici, i politici, si mettessero nella pelle e nel cuore di un bambino dato in affido e poi sradicato ancora per darlo in adozione, si comporterebbero, io spero, molto diversamente. Con decisioni rapide (e non mesi per scrivere una perizia), davvero nel “supremo interesse del minore” (uno slogan troppo spesso disatteso in toto). Soprattutto, si impegnerebbero per cambiare questa legge che crea un muro tra affido e adozioni.
Carla Forcolin, da decenni impegnata in questo settore, sa parlare con il cuore e costruttivamente. Sa discernere i buoni operatori e i giudici attenti e solleciti. Racconta le (poche) storie vere in cui un po’ di sensibilità da parte dei vari protagonisti riesce a ricomporre ferite altrimenti insanabili. E le molte situazioni in cui al dramma dei piccoli, colpevoli solo di avere genitori totalmente inadeguati, si sommano le pastoie e le lentezze di una burocrazia kafkiana, le ripicche, le irritazioni personali, l’indifferenza, i conflitti di competenza territoriale (!), le interpretazioni gelide della legge da parte di chi è chiamato a verificare e decidere per il bene del bambino, come se davvero un piccolo fosse un pacco postale.
Per la gran parte di noi fortunati, che una famiglia stabile e affettuosa l’abbiamo avuta, questo può sembrare un problema marginale (ma nemmeno tanto, visto che si parla di oltre 30.000 bambini infelici l’anno, in Italia) o che comunque “non ci tocca”. Io credo che invece proprio chi ha avuto il privilegio di godere di amore e affetto certi e stabili debba uscire dalla propria oasi di benessere (e, spesso, di egoismo) per occuparsi anche di chi è stato molto meno fortunato. Nello specifico, impegnandosi perché la legge 149/01 sull’affido venga modificata. Per esempio, inserendo queste parole: “Qualora l’affidamento di un minore si risolva in un’adozione a causa del mancato recupero della famiglia d’origine, vanno protetti, salvo particolari e motivate eccezioni, i rapporti d’affetto che nel frattempo si siano costituiti”, come proponeva la petizione presentata da Carla Forcolin e da tutte le associazioni di genitori affidatari al Governo Prodi, caduto prima che fosse valutata. In termini semplici, dando la possibilità al bambino di continuare a stare per sempre con la famiglia affidataria che comprensibilmente considera “sua” dal punto di vista affettivo. E impegnandosi anche perché i tempi decisionali per ogni passaggio vengano accelerati, perché di bambini si tratta, e del loro destino.
Davvero, l’amore non è a tempo, né può sparire per legge. E quando l’affido finisce, è giusto che l’amore tra bambino e genitori affidatari possa continuare. Con un’unica, indispensabile certezza: che possa durare per sempre.

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Parole chiave:
Adozione e affidamento - Infanzia


© 2009 - Il Gazzettino

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.