10/07/2006

Bambini uccisi. Sempre "affari loro"?


Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano


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Ancora una bambina, Alice, uccisa a botte dal convivente della madre. Uccisa dopo mesi di violenze: e nessuno ha visto o sentito niente. Nonostante la coppia vivesse in un condominio. La madre stessa era spesso picchiata: si era licenziata perché con un occhio nero si vergognava ad andare a lavorare. Così dice. Nessuno ha visto o sentito niente. “Affari loro”. La donna, dopo l’inizio di quella relazione, non aveva più frequentato la famiglia d’origine. Nessuno vedeva più nemmeno la piccola. E nessuno si è preoccupato. Sempre “affari loro”?
Un bambino che viva con il nuovo compagno della madre ha il doppio di probabilità, rispetto al figlio proprio, di essere ucciso a botte dall’uomo. Più del cinquanta per cento dei bambini uccisi ha segni radiografici di pregresse fratture mal saldate: che rivelano con la indiscutibile, gelida certezza dell’obiettività radiologica i mesi e gli anni di dolore terribile, fisico e affettivo, la solitudine, la disperazione, la mancanza di ogni conforto, fino alla tragedia finale. Sempre “affari loro”?
Quale durezza di cuore bisogna avere per essere così indifferenti al dolore e alla disperazione di un bambino, brutalizzato sistematicamente fino a morirne? “Botte i bambini ne hanno sempre prese”. “Non bisogna impicciarsi degli affari degli altri”. “Ognuno è padrone a casa propria”. Queste e altre convinzioni dicono bene la sistematica negazione dell’evidenza del dolore quando siano in gioco i bambini. Negazione sia interna che esterna alla famiglia, e che persiste sia nelle violenze fisiche, sia negli abusi sessuali. Nonostante tutto il parlare dei diritti dei bambini, la verità è una sola: il non voler vedere domina. Se il bambino arriva  a morirne, ecco subito la frase autoassolutoria: “Quell’uomo era un delinquente, o un pazzo”. Un modo autorassicurante per dirsi: “E’ un’eccezione, un incidente, non ci potevamo fare nulla”. E amen se per un bambino che muore ce ne sono mille altri percossi a sangue, che non muoiono, ma che resteranno brutalizzati per sempre nel corpo e nell’anima: “A un certo degrado non c’è rimedio”.
Eppure ci sono segnali che dovrebbero metterci in allerta già prima. Che dovrebbero preoccupare almeno la famiglia di origine, che comunque una prima responsabilità, se non altro affettiva, sui più piccoli del gruppo dovrebbe averla. Segnali che dovrebbero mettere in allerta gli insegnanti, in particolare delle scuole materne ed elementari, i pediatri, se non i servizi sociali... e i sempre ciechi e sordi vicini. L’identikit è preciso: un uomo collerico e manesco ha molte più probabilità di scaricare la sua violenza in modo fisico, oltre che verbale, su un bambino, ancora più se non suo (per la ragione dei “geni estranei”, come sostengono gli antropologi; per gelosia verso le attenzioni che la donna dedica al figlio di una precedente relazione; per rabbia; o perché la tolleranza verso il pianto di un bambino è inversa al grado di parentela). La probabilità di violenza aumenta se l’uomo beve. Le condizioni socioeconomiche disagiate sono un fattore ulteriore di rischio, soprattutto perché aumentano la probabilità della banalizzazione della violenza. L’estraneità parentale è dunque un fattore forte che aumenta tragicamente lo scarico distruttivo di un’aggressività già patologica.
Tutti i nuovi compagni sono a rischio di brutalità sui figli della donna? No. La donna stessa è un fattore critico nella modulazione del rischio. Che è minimo nelle donne che gli antropologi definiscono “powerful”: donne solide, che hanno più probabilità di scegliere un nuovo partner emotivamente sano, che possa essere un buon supporto, affettivo ed economico, per loro e per i bambini. Di converso, la donna “powerless”, senza potere nel senso di capacità di scegliere e condizionare la qualità della relazione, debole, depressa, senza autostima, già ai margini, che faccia uso di alcool o droghe, ha più probabilità di scegliere, o accettare un nuovo partner che abuserà lei e i bambini. Un uomo da cui non sa difendersi e dal quale non sa proteggere i propri figli. Su queste coppie ad alto rischio, e sui bambini che hanno avuto la sventura di vivere con loro, l’attenzione dovrebbe essere massima. Per non diventare col nostro silenzio complici di fatto di un abuso.
Se solo ci mettessimo nei panni di quei bambini per qualche minuto, quando li sentiamo piangere, se vediamo ripetersi un livido, se notiamo che il bambino è sempre triste, malinconico, che non cresce, o è a sua volta aggressivo senza apparente motivo, forse nella durezza del nostro cuore potrebbe aprirsi una breccia che ci dia la sferzata per dire: “Sì, quel dolore è affare (anche) mio. Non posso tacere. E non voglio tacere, perché domani potrebbe essere troppo tardi”.

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Parole chiave:
Abuso, molestie, stalking, violenza sessuale e domestica - Aggressività e violenza - Infanzia - Omicidio / Femminicidio / Infanticidio


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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico.